Il Gatto Egizio

Il Gatto Egizio

Eccoci in Egitto, dove il gatto veniva prodotto come fosse un Dio. Il suo nome comune era Myou, che ci ricorda un po ‘il suo dolce miagolio. Il nostro racconto ha inizio dalle gesta del coraggiosissimo e assai noto Matou. Un gatto che, secondo il Libro dei morti degli egiziani, ha combattuto e sconfitto Apophis, il serpente pitone delle paludi, simbolo delle forze malvagie che si scagliavano contro l’umanità. Non a caso da quel momento in poi il gatto è sempre stato considerato un nemico dei rettili in generale. Sembra quasi di vederla ancora oggi questa battaglia fra il gatto e il serpente piumato: Matou che si nasconde pronto

ad attaccare non appena Apophis mette fuori la testa dalle acque melmose; l serpente che sinuosamente si nasconde fra i papiri e i canneti: I gatto che non demorde, immobile per ore con lo sguardo attento a tutto quel che accade; l’assalto finale con le unghie e i denti alla testa del serpente prima che possa sparire di nuovo nella palude. Un gatto eroe e, probabilmente, un eroe dal pelo scuro, perché secondo la laggenda Matou era un gatto nero: chi è superstizioso oggi crede che porti sfortuna, in particolare se ha l’insana idea di attraversare la strada davanti a noi ( anche se in inglese è vero il contrario).

All’epoca dei Faraoni, invece, il gatto nero era associato alla dea Bastet. raffigurata con corpo di donna e testa di gatto, colei che rappresentava la vita, la fecondità e la maturità. Matou e Myou, dunque. I felini diventano di famiglia: quando il gatto moriva, gli egiziani gli ri- servavano tutti gli onori del caso, fornendogli anche dei topi mummificati che è dovuto sfamarlo durante il viaggio per l’Aldilà. E tra i reperti della storia egizia possiamo trovare accanto a una mummia e un sarcofago numerosi gatti neri mummificati. Compagno di vita dell’uomo, volto di una dea, ma anche un amico utilissimo: per uccidere i piccoli roditori che si infilavano nei silos pieni di grano, gli egiziani liberarono centinaia di gatti che divennero abilissimi in questa caccia, salvando così i loro raccolti. Anche per questo non stupisce che venissero considerati delle divinità: combattevano i serpenti e salvavano i raccolti. Diventarono poi i prediletti dai sacerdoti, e nei templi presero il posto che prima era delle leonesse. Per loro vennero anche organizzate imponenti feste religiose.

Erodoto racconta che in un’occasione si radunarono oltre settemila persone, da tutte le parti del regno, per festeggiare la dea Bastet. E durante la cerimonia, migliaia di gatti camminavano tra la folla ed erano amorevolmente accuditi dai sacerdoti. Tanta era la venerazione per il gatto che se qualcuno, anche per sbaglio, osava ucciderne uno, veniva condannato a morire. Diodoro di Sicilia racconta di un cittadino romano lapidato dal popolo egizio per avere ucciso involontariamente un gatto schiacciandolo sotto il suo carro. E il rispetto degli Egizi per i gatti era tale che costò loro più di una battaglia.

Si narra chissà se sia leggenda o verità – che nel 525 a.C. il re persiano Cambise decise di conquistare la città di Pelusio, oggi Porto Said. La cittadina era difesa dagli egiziani e allora Cambise ordinò che ognuno dei suoi soldati portasse sullo scudo un gatto. Gli Egizi, par paura di ferire gli animali che tanto amavano, si arresero senza lottare.

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